L’alta marea stava per toccare la sua massima altezza, quando una lancia montata da due rematori e da un uomo grasso come un rinoceronte, con una barba rossa tagliata a becco, un faccione rossastro che somigliava a quello della luna veduta all’orizzonte dopo un tramonto infuocato d’estate, o con certe braccia e certe gambe che sembravano colonne, venne ad ormeggiarsi sotto la scala di tribordo.
L’uomo mastodontico s’alzò soffiando come una foca, e con un vocione da rompere i timpani più solidi, chiese:
— Ehi!... della nave!... È giunto il signor Wilkye?
— No, rispose il capitano, curvandosi sulla murata.
— Ed il signor Linderman?
— Non ancora.
— Fa lo stesso: sarò il primo io.
Si caricò d’una grossa coperta di lana che non doveva pesare meno di venti chilogrammi e salì faticosamente la scala, brontolando contro i costruttori che l’avevano fatta fabbricare così stretta da permettergli a malapena di passare. Dietro di lui salirono i barcaiuoli portando altre pesanti coperte, poi valigie enormi e per ultimo una grande pelle di bisonte.
Il capitano, sceso dal ponte, gli mosse incontro salutandolo cortesemente, poi gli chiese:
— A chi ho l’onore di parlare?