Quel canale, poichè tale doveva essere, era irregolare e tendeva a piegare verso il sud-est. Doveva però avere una grande larghezza, poichè nè Wilkye nè i suoi compagni riuscivano a scorgere le coste del continente. Colossali ice-bergs, tagliati a picco e privi di tutte quelle innumerevoli sporgenze che si riscontrano in quelli che galleggiano nei mari Artici, e grandi banchi, streams e palks, allungati gli uni e arrotondati gli altri, lo ingombravano, urtandosi rumorosamente. Di quando in quando uno di quei colossi perdeva l’equilibrio e si capovolgeva sollevando delle immense ondate le quali si frangevano, con lunghi muggiti, sulle sponde del campo di ghiaccio.

Qualche raro pinguino, appollaiato sui margini, si vedeva di tratto in tratto, ma si teneva lontano e guardava stupidamente i velocipedisti emettendo qualche rauco grido.

Gli esploratori non perdevano tempo. Essendo il margine del campo liscio e privo di ostacoli, divoravano la via con crescente velocità, ben sapendo che in quella rapidità stava la loro salvezza.

Disgraziatamente quel canale pareva che non avesse fine. Il 13 febbraio, dopo d’aver percorso in quattro giorni circa trecentoventi miglia, non era ancora apparso il continente.

Quale vastità aveva adunque quel mare, che si estendeva attorno al polo? Wilkye ricominciava a diventare inquieto, poichè invece di avvicinarsi alla Terra di Graham, sempre più si allontanavano.

Il 14, il tempo che fino allora si era mantenuto splendido, cambiò bruscamente. Un pesante nebbione, carico di umidità e così fitto da impedire di scorgere un oggetto qualsiasi a cinque passi di distanza, piombò sul campo di ghiaccio.

Furono costretti ad arrestarsi per non cadere nel braccio di mare che costeggiavano e per non guastare le biciclette, le quali potevano urtare contro qualche ostacolo non veduto a tempo.

Alla notte la temperatura discese a -15° e gran parte del canale gelò. Wilkye cominciò a sperare di poterlo finalmente attraversare sul nuovo ghiaccio.

Le sue speranze non andarono deluse: il 17 il braccio di mare gelò tutto, imprigionando gli ice-bergs ed i banchi. Lo spessore era tale da poter sopportare un parco d’artiglieria, poichè superava i quaranta centimetri.

Il passaggio si effettuò senza fatica e alla sera i tre velocipedisti toccavano il continente a milleseicento miglia dallo stretto di Bismark, essendo discesi verso la Terra Alessandra.