Il signor Linderman, da vero gran signore, nulla aveva risparmiato per rendere la sua nave comoda ed elegante.

Il salotto da pranzo della sua Stella Polare poteva gareggiare con quelli dei più splendidi steamer transatlantici.

I puntali, in forma di colonne, erano dipinti di bianco ed adorni di fregi; le pareti sparivano sotto un grosso feltro, eccellente riparo contro i grandi freddi; il tavolato era coperto di tappeti soffici e variopinti; i sabordi che davano la luce, erano riparati da vetri dello spessore di mezzo pollice e in fondo, una grande stufa di ferro, non aspettava che i primi geli per mettersi a russare.

Udendo suonare la campana che annunciava la colazione, il capitano Bak, comandante della goletta, era già disceso e li aspettava nel salotto. L’armatore, Wilkye e Bisby stavano per sedersi quando entrarono due giovanotti.

— Permettete, signori, disse Wilkye alzandosi, che vi presenti i miei due compagni di viaggio, il signor Ugo Peruschi, italiano naturalizzato americano, e il californiano John Blunt, due dei più valenti velocipedisti del Club di Baltimora.

— Siano i benvenuti a bordo della mia nave, disse Linderman, porgendo a loro la mano. Mi auguro che siano due buoni rivali.

— Lo saranno, signor Linderman, disse Wilkye. Hanno accettato con vero entusiasmo di seguirmi al polo e lotteranno fino all’estremo per la causa dell’America.

— Ed i miei marinai non saranno da meno dei vostri compagni, ve lo assicuro, signor Wilkye, disse l’armatore.

— Lo vedremo in seguito.

— Osereste dubitarne? chiese Linderman, piccato.