L’oceano attorno a quelle coste era irato; grandi ondate si frangevano e rifrangevano contro le scogliere con lunghi muggiti, paragonabili a scariche di artiglierie, mentre dalle gole dei monti nevosi scendevano, di quando in quando, quei furiosi colpi di vento che i balenieri chiamano williwaws.

Di passo in passo che la goletta filava verso il sud, il cielo si oscurava. Una specie di nebbia d’una tinta speciale, saliva dalle regioni antartiche e volteggiava qua e là, spinta da un vento freddo che pareva provenisse dagli immensi campi di ghiaccio che coprono le terre polari per undici e talvolta per tutti i dodici mesi dell’anno. Già numerosi ghiacciuoli, piccoli hummok, piccoli streams che hanno la forma circolare e dei palks che sono invece di forma allungata, s’avvoltolavano fra la spuma delle onde, urtandosi e stritolandosi rumorosamente.

L’elica della Stella Polare, che turbinava senza posa, li frantumava in gran numero, mentre l’affilato sperone di acciaio li spezzava con lunghi stridii.

Gli uccelli marini diventavano più radi e si vedevano grandi bande fuggire verso la costa della Terra del Fuoco, temendo senza dubbio di non resistere alla furia della burrasca che già brontolava nelle regioni australi. Solamente i Megalestris antarctici, specie di gabbiani che somigliano un po’ ai falchi, con ali ampie, becchi corti ma robusti, e penne bruno-oscure, volteggiavano sopra le onde e si tuffavano arditamente negli avvallamenti, sfidando le ire dell’oceano.

Il capitano Bak, dopo d’aver consultato il barometro che s’abbassava a vista d’occhio, si era affrettato a prendere delle misure per non lasciarsi cogliere dalla tempesta impreparato. Conosceva la triste fama di quei paraggi, dove i venti non hanno più direzione e dove le onde raggiungono altezze spaventose e soprattutto la sinistra celebrità del temuto capo Horn, vero spauracchio dei naviganti.

Fatte assicurare saldamente le imbarcazioni alle grue, aveva fatto rinforzare le manovre fisse, preparare le rande ed i fiocchi per essere pronto a farli spiegare nel caso che avvenisse qualche guasto nella macchina; chiudere ermeticamente i sabordi, sgombrare la coperta di tutte le cose inutili e per colmo di precauzione, preparare le pompe. Compiuti quei preparativi, comandò di affrettare la marcia, per attraversare lo stretto di Le-Maire prima che l’uragano scoppiasse. Voleva trovarsi libero, lontano da quelle coste pericolose e poco conosciute ed affrontare la natura irritata in pieno oceano. Là, almeno, aveva un solo nemico da sfidare.

Linderman e Wilkye erano saliti in coperta e guardavano con occhio tranquillo le ondate che correvano all’assalto della goletta. Bisby era con loro, ma il povero negoziante di carni salate aveva perduto la sua calma. Guardava con ansietà il cielo che sempre più si oscurava, impallidiva ogni volta che la Stella Polare s’inclinava sul tribordo o sul babordo, si attaccava con suprema energia alle murate allargando per bene le gambe, profondi sospiri gli uscivano di tratto in tratto e pareva che avesse la lingua incollata al palato.

Aveva però energicamente rifiutato di ritirarsi sotto coperta e non aveva nemmeno deposto il suo cappello a cilindro, malgrado quei furiosi colpi di vento.

Il mare intanto montava sempre: parea che l’oceano Antartico e l’oceano Atlantico volessero misurare le loro forze e cimentarsi in una lotta titanica, mostruosa. Ondate alte dieci e perfino dodici metri, causate dai così detti flutti di fondo, si rompevano con furore estremo contro le coste della Terra del Fuoco e ritornavano al largo più irate di prima, prendendo in mezzo la Stella Polare.

Passavano bruscamente sotto la chiglia sollevando impetuosamente la goletta e scuotendola come fosse una semplice piuma, ribollivano come se il fondo dell’oceano si fosse tramutato in una caldaia ardente e si slanciavano sui capi di banda inondando la coperta da prua a poppa.