— Dal porto di Dory!... esclamò Wan-Stael, che ebbe un lampo di speranza.
— Sì, e se possiamo giungervi non avremo difficoltà a tornare in patria. Voi sapete che quel porto è frequentato dai pescatori di trepang malesi e chinesi e dai nostri compatrioti che si recano colà ad acquistare gusci di tartarughe, noci moscate, garofani e uccelli del paradiso imbalsamati.
— È vero, Horn; non avevo mai pensato a quel porto.
— Sapreste dirci se è molto lontano?... Credete che si possa raggiungerlo?
— Lo temo, Wan-Horn, trovandosi a settentrione della penisola occidentale, al di là della baia di Geelwink. Bisognerebbe attraversare più di mezza isola, passando fra foreste impenetrabili e popolate da gente feroce. Ho un altro progetto però, che mi sembra migliore e più facile.
— Gettatelo fuori, signor Stael.
— Tu sai che al sud-ovest si scarica la Durga, che è uno dei più considerevoli fiumi dell’isola. Cerchiamo di raggiungerla, scendiamola fino alla foce costruendo o una zattera o scavando una scialuppa nel tronco d’un albero, e di là ci spingeremo verso le isole Arrù che sono pure frequentate dai nostri compatrioti e dai pescatori di trepang. Non deve essere lontana più di venti o trenta leghe, ossia ottanta o centoventi chilometri, e possiamo giungere sulle sue sponde fra sei od otto giorni.
— Bell’idea, capitano! esclamò Wan-Horn.
— E non possiamo costeggiare l’isola, evitando così le foreste? chiese Cornelio.
— Raddoppieremmo la via, disse Wan-Stael. La costa meridionale è assai frastagliata e verso il sud-ovest s’avanza verso il mare per molte e molte leghe. Non basterebbe un mese per giungere alla Durga.