Alla sera, sfiniti per quella rapida marcia, affamati, inquieti, s’arrestarono ai piedi d’un albero del pane dal tronco colossale.
— Povero zio! disse Cornelio con voce triste. Fra quali angoscie sarà!
— Lo ritroveremo, signor Cornelio, disse Wan-Horn, per consolarlo. Domani all’alba ci rimetteremo in cammino e sono certo che udremo le sue fucilate.
— Ma quale triste notte passerà, Horn! Forse ci crederà prigionieri dei papuasi e fors’anche morti.
— Sa che siamo armati e che siamo tali uomini da non farci prendere da quei mangiatori di carne umana. Non disperiamo; Dio veglia su tutti.
Il marinaio, quantunque fosse in preda a tristi pensieri, per rompere quel discorso scoraggiante accese il fuoco e mise sui carboni alcune costolette di babirussa, poi, non avendo il sagu, che era stato lasciato nel boschetto di noci moscate per essere più lesti a inseguire quella disgraziata selvaggina, raccolse alcune frutta dell’albero sotto il quale si erano sdraiati.
Erano grosse come la testa d’un fanciullo, coperte d’una buccia rugosa, ma dentro contenevano una polpa giallastra e tenera che si taglia a fette mettendola ad abbrustolire sui carboni. Si fanno servire da pane e sono eccellenti avendo il sapore di certe specie di zucche e anche un po’ di carciofi.
La cena però non fu allegra, quantunque fossero affamati: assaggiarono appena le costolette e le frutta dell’albero del pane, tanto erano inquieti ed angosciati.