Quand’ebbero formato una specie di circolo del diametro di otto o dieci metri, afferrarono bruscamente il prigioniero, gli legarono le mani dietro al dorso, ma gli sciolsero le gambe.
— Si preparano ad arrostirlo, disse Cornelio.
— Non credo, rispose Wan-Horn.
— Non vedi che danno fuoco ai fasci di spine?
— Credo che si tratti invece d’una vendetta. Tuttavia prepariamoci a fare una scarica.
Intanto gli Arfaki fissavano sul dorso del disgraziato mediante grosse liane, un fascio di rami e di foglie secche. Il prigioniero urlava come se lo scorticassero vivo, si dibatteva coll’energia della disperazione e gettava sguardi di terrore sulle spine, che fiammeggiavano scoppiettando e contorcendosi.
Ad un tratto gli Arfaki diedero fuoco al fascio di foglie secche che gli avevano appeso al dorso e afferrate le lancie e le mazze, lo spinsero in mezzo alle spine infiammate, gettandovelo sopra.
— Ah! canaglie!... urlò Cornelio. Fuoco, Wan-Horn!
Due spari rimbombarono, formando una detonazione sola. Due uomini caddero, e gli altri, spaventati da quella detonazione che forse non avevano mai udita, e dalla morte dei loro compagni, fuggirono a corsa precipitosa, emettendo urla di terrore.
Cornelio con un salto varcò la linea di fuoco, afferrò il prigioniero che si dibatteva fra le spine, gli strappò di dosso il fascio di foglie ardenti e sollevatolo fra le robuste braccia lo trasse di là, adagiandolo ai piedi d’un albero.