All’alba del terzo giorno, però, la tribù giungeva sulle rive della Durga, grande fiume, dal corso rapido, che solca gran parte della vasta isola verso occidente e che scaricasi presso il capo Valke, in quel tratto di mare che bagna l’arcipelago delle isole Arrù.
Un grande villaggio acquatico occupava un lungo tratto della sponda sinistra. Era formato da una quarantina di enormi capanne rettangolari, con terrazze spaziose comunicanti fra di loro e sorrette da grossi bambù, i quali immergevano le loro estremità inferiori nella corrente.
Alcuni ponti mobili le univano alla riva, e sotto di essi, legati a quella selva di pali, si vedevano galleggiare gran numero di quelle doppie barche, scavate nei tronchi di colossali cedri, fornite di bilancieri, di alberi e di vele.
I papuasi, attraversati i ponti, entrarono nel villaggio, accolti dagli abitanti da grida di giubilo e trassero i prigionieri nell’abitazione del capo, che era situato nel centro e che era la più vasta di tutte, avendo una lunghezza di oltre quaranta metri su una larghezza di venti.
Il capitano ed i suoi compagni dovettero eseguire una ginnastica indiavolata, essendo i pavimenti delle terrazze composti, come quelli delle case aeree, di travi distanti l’uno dall’altro venti o venticinque centimetri e senza tralicci. Più volte corsero il pericolo di cadere, senza l’aiuto dei loro guardiani, i quali invece non mettevano mai i piedi nel vuoto, tanto sono abituati a quei pavimenti incomodi sì, ma che hanno il vantaggio di lasciare cadere le immondizie della casa senza bisogno di scope.
— Ed ora, cosa intendi di fare? chiese il capitano al capo, quando si vide rinchiuso in una stanzuccia assieme ai suoi compagni.
— Il Consiglio degli anziani della tribù deciderà la tua sorte, rispose il selvaggio. Se voi avete ucciso mio figlio, morrete.
— Capo testardo! esclamò il capitano, che usciva dai gangheri. Ti ho detto che noi non siamo tuoi nemici.
— Gli uomini bianchi sono miei nemici.
— Gli altri forse, ma non noi.