Wan-Stael salì sul cassero ed afferrò la ribolla del timone, mentre i suoi compagni lasciavano le scotte delle rande per prendere il vento in poppa e Lu-Hang mitragliava un’ultima volta i selvaggi che mandavano spaventevoli vociferazioni. Pochi minuti dopo la giunca, così miracolosamente salvata, usciva a gonfie vele dalla baia, lanciandosi sulle onde del golfo di Carpentaria.
CAPO IX. Il naufragio durante l’uragano
I selvaggi, vedendo fuggire la nave, mentre si credevano certi di vederla immobilizzata sul banco, quantunque ormai avessero da cibarsi a esuberanza coi depositi di trepang e coi cadaveri dei disgraziati chinesi, si erano gettati verso la spiaggia e superate le roccie si erano messi a correre lungo la costa urlando ed agitando le armi, sperando forse che il capitano ed i suoi compagni cercassero di riprendere terra.
Fu una corsa però vana, poichè l’Hai-Nam, spinta dal vento che frescava dall’est, filava rapidamente, inoltrandosi nell’ampio golfo di Carpentaria. Le vele gonfie da scoppiare, la spingevano verso il nord-est, ed il capitano la guidava verso il lontano stretto di Torres, per riguadagnare più tardi il mar delle Molucche e quindi l’isola di Timor.
Pareva che, malgrado l’arenamento, la nave non avesse sofferto, poichè si comportava benissimo e s’alzava agilmente sulle onde spumeggianti del golfo, quantunque quei velieri di costruzione chinese siano generalmente assai pesanti.
— Urlate finchè volete, non ci prenderete più, disse Wan-Horn, guardando i selvaggi che rimpicciolivano rapidamente. Vi sfido a seguirci fino allo stretto di Torres.
— Ormai non ci fanno più paura, vecchio Horn, disse Cornelio.
— Lo credo, ma quelle canaglie possono vantarsi di aver fatto delle buone prede. Poveri chinesi!... A quest’ora cucineranno sui carboni, in attesa di venire inghiottiti da quei ributtanti selvaggi, ma la colpa non è nostra. Se non si fossero ubbriacati, forse sarebbero tutti salvi a bordo di questa giunca.
— E riusciremo noi a toccare le coste di Timor?