I loro compagni che erano rimasti a bordo, ancorata la piccola nave, si erano affrettati a raggiungerli per prendere parte al saccheggio. Vedendo quei pochi viveri, montarono pur loro in furore e si misero a demolire la cinta, poi la tettoia, quindi a calpestare le pianticelle del piccolo campo, poi, non soddisfatti, cominciarono a tagliare i bambù di sostegno per far capitombolare anche la capanna aerea.
I due naufraghi, fremendo di collera, assistevano impotenti a quella barbara devastazione, alla distruzione del loro campicello coltivato con tante cure e alla demolizione della loro casa che avevano fabbricata con tante fatiche.
Il marinaio soprattutto, pareva che da un istante all'altro dovesse scoppiare.
— Canaglie! — esclamò. — Distruggere in tal modo le nostre risorse future e la nostra dimora, che ora doveva proteggerci dalla stagione delle piogge!... Ladroni!... Se avessi una buona carabina, vedreste come vi tratterei.
— Lasciali fare, Enrico, — rispondeva Albani. — Accontentiamoci di salvare la pelle.
— Ma io non posso assistere a tanta devastazione, signore! Bisogna che uccida qualcuno!
— Per farci inseguire e prendere?... No, Enrico, lasciamoli fare. La pazienza e la buona volontà non ci mancano e ripareremo facilmente i guasti. —
In quell'istante la capanna aerea, privata dei bambù di sostegno, capitombolava a terra con grande fracasso, disarticolandosi, mentre i pirati, contenti come fanciulloni, ridevano e schiamazzavano per quella prodezza.
Era troppo pel marinaio, che aveva il sangue bollente. Dimenticando ogni prudenza, prima che il signor Albani avesse potuto trattenerlo, si era scagliato fuori dalla piantagione, guadagnando un macchione che si estendeva fino a trenta passi dalla capanna.
Puntare la cerbottana, soffiarvi dentro, lanciare una freccia mortale e abbattere un uomo che si trovava a buona portata, fu l'affare d'un lampo.