Il maltese guardò verso l'est, ma più nulla si vedeva sull'orizzonte. Certamente la pioggia impediva di scorgerla o l'equipaggio aveva abbandonato l'idea di poggiare verso l'isola e aveva ripresa la rotta verso il nord.

— È scomparsa, — disse Marino.

— Meglio per loro, — rispose Enrico. — Si sarebbero fracassati su queste scogliere. Andiamo: è un vero diluvio questo e non abbiamo l'arca di quel bravo uomo che si chiamava Noè. —

Capitolo XXXIII Il naufragio della giunca

Pioveva a dirotto, con furia indicibile ed i lampi cominciavano a solcare le tenebrose masse di vapori, quando trovarono una cavità che poteva servire a loro di ricovero.

Era una specie di grotta aperta alla base d'un'alta rupe, larga qualche metro, ma assai profonda, a quanto sembrava. Senza curarsi di visitarla per accertarsi se era sgombra od occupata da qualche pericoloso abitante della vicina foresta, vi si cacciarono dentro per mettersi al riparo da quel diluvio che precipitava dalle sconvolte nubi.

Rosicchiati alcuni biscotti di sagù, e vuotato un recipiente di toddy che il mozzo aveva imbarcati nella scialuppa prima di lasciare l'isola, si accovacciarono in un angolo, l'uno stretto contro l'altro, cercando di dormire, non avendo chiuso gli occhi durante tutta la notte. Erano più che sicuri, che nessun animale feroce avrebbe lasciato il suo covo per mettersi in cerca di preda.

L'uragano scoppiava allora con un assordante fragore di tuoni, segnando forse la fine della cattiva stagione.

La pioggia cadeva a torrenti, a colonne, come se fra le nubi si fosse spezzato il fondo d'un serbatoio immenso.

Il ventaccio ululava e sibilava entro le tenebrose selve torcendo i rami ed i tronchi e strappando le grandi canne dei bambù, ed il mare si rompeva con fracasso indescrivibile contro le scogliere, muggendo su tutti i toni.