Lo squalo, sbarazzatosi dalle corde che lo avevano imprigionato sotto le pinne triangolari, ritornava verso l'albero per tentare un terzo e forse più pericoloso assalto. Nuotò fino a dieci passi dai naufraghi, s'inabissò un'ultima volta e rinnovando il colpo di coda balzò innanzi, ma andò a cadere proprio sopra all'albero il quale affondò sotto quell'enorme peso.

Il marinaio ed il mozzo caddero in acqua, ma l'ex-uomo di mare si tenne fermo stringendo le gambe con suprema energia, poi pronto come il lampo, alzò la scure e la lasciò cadere con forza disperata sullo squalo che gli passava dinanzi.

Risuonò un colpo sordo ed uno sprazzo di sangue schizzò in aria.

Il mostro agitò furiosamente la possente coda spezzando di colpo il pennone di pappafico che sporgeva dall'acqua e sparve, formando dietro di sè un risucchio spumeggiante.

— Ucciso? — gridarono il marinaio ed il mozzo, che erano tornati prontamente a galla.

— Non lo credo, ma suppongo che ne avrà abbastanza per ora e che non avrà più voglia di ritornare all'attacco, — rispose Albani.

— E la scure?... Perduta forse?...

— No, Enrico; è un'arma troppo preziosa per non conservarla.

— Ma come quell'arma si trovava infissa nell'albero?

— Credo che sia quella adoperata dal nostromo. Mi ricordo che quando l'albero cadde, si era allontanato precipitosamente per non farsi schiacciare dal pennone di gabbia.