— Non valgono il giupin[1] ma allo spiedo basteranno pei nostri stomachi affamati, — disse il marinaio. — Giù la fune, ragazzo mio!... —
Il mozzo legò un capo del paterazzo attorno la punta d'una roccia e gettò l'altro, il quale cadde in acqua.
— A voi, signore, — disse Enrico.
Albani afferrò la fune e si mise a salire con una lestezza, che dimostrava come quell'uomo fosse famigliarizzato cogli esercizi ginnastici, e raggiunse il mozzo il quale ammirava estatico alcuni uccelli dalle penne splendidissime, che volteggiavano attorno agli alberi.
Quella parte dell'isola, le cui sponde erano così elevate, pareva che fosse assai accidentata e che formasse le ultime pendici della montagna già scorta, la quale s'alzava a meno di un miglio dal mare.
Quel terreno saliva e scendeva in forma d'ondulazioni assai accentuate, ed era coperto da folte boscaglie, le quali poi s'arrampicavano sui fianchi del monte.
Si vedevano alberi d'ogni specie incrociare i loro rami, tanto crescevano uniti, gli uni altissimi e grossi assai, altri esili e più bassi e altri ancora nodosi e contorti, tutti coperti da piante arrampicanti che formavano dei pittoreschi festoni.
Molti uccelli di diverse specie volavano quà e là fuggendo in mezzo agli alberi più folti, mentre sulle sponde volteggiavano bande di rondini salangane e parecchi volatili acquatici.
Nessuna traccia d'abitanti si scorgeva su quella costa: non canotti, non capanne, non un fuoco o del fumo che indicassero la presenza di qualche abitante. Si vedevano invece numerose scimmie, di quelle chiamate nasi lunghi (Nasalis larvatus) dalla fisonomia comica, col naso lungo, grosso, a punta rigonfia e rossa come quella dei discepoli di Bacco e che erano occupate a saccheggiare le frutta degli alberi.
— Nessun abitante, signore? — chiese il marinaio, raggiungendo Albani.