— Uomo miracoloso!... — esclamò Enrico.
— Da questi bambù, specialmente da quello comune, si può estrarre lo zucchero o meglio una materia zuccherina che gl'indiani chiamano tabascir.
— Terremoto di Genova!
— Zitto, marinaio. I semi del bambù comune vengono mangiati come riso da molte popolazioni dell'Indo-Cina.
— Anche il riso!...
— Non è tutto. Colle foglie e coi fusti schiacciati, poi stemperati in acqua e uniti con un poco di cotone si ottiene una buona carta molto usata dai Chinesi. Coi fusti poi, tagliati a metà, si fanno condotti d'acqua per l'irrigazione dei campi, oppure si adoperano come tegole, o si fanno capanne solide e leggere, o aste per le lance, o scale, o palizzate mentre quelli spinati servono per fare dei recinti così formidabili da arrestare qualsiasi assalto. Colle foglie poi si possono fabbricare dei panieri, delle stuoie, dei tralicci, ecc.
Volete infine dei recipienti?... Basta tagliare un bambù sopra e sotto i due nodi ed ecco un barilotto dove l'acqua si conserverà benissimo. Volete anche una barca?... Tagliate un bambù gigante, turate le due estremità, oppure serbate i due nodi a prua ed a poppa ed ecco un'ottima scialuppa. Cosa volete ottenere di più da una pianta?
— Ma queste canne sono meravigliose, signore!... — esclamò il marinaio. — Come è utile sapere tante cose!... Io non avrei ricavato nemmeno un bastone da queste canne, mentre invece sono così preziose!... Basterebbero questi bambù per procurarci ciò che ci necessita.
— No, Enrico, non bastano, e nella foresta troveremo altre piante più preziose che ci procureranno quello che non possono darci queste. Basta: al lavoro, amici. —