La preda abbattuta dalla tigre era un babirassa, animale grosso come un cervo, la cui carne è eccellente avendo il gusto di quella del cinghiale. Attorno alle ossa vi era ancora tanta polpa da nutrire dieci uomini affamati.
Tagliò un bel pezzo che pesava parecchi chilogrammi, poi abbandonò rapidamente quel luogo pericoloso, temendo di venire sorpreso dal felino, il quale forse sonnecchiava nei dintorni.
Quando uscì dalla piantagione, il marinaio ed il mozzo stavano trasportando gli ultimi bambù.
— Avete trovata la colazione, signore? — chiese Enrico.
— Sì, amico, e anche delle pentole.
— Delle pentole!... Eh! via, scherzate?
— Non dico di averle trovate già fatte e pronte per metterle sul fuoco, ma porto con me dell'argilla per fabbricarle.
— Ma voi siete la provvidenza in persona, signore! Mio Piccolo Tonno, ti farò assaggiare il giupin!... Terremoto di Genova! Ti leccherai le dita!...
— Ed i maccheroni, signor Emilio?... Ah!... Cosa darei per averne un piatto!... Altro che giupin!
— Ehi, furfante! Non disprezzare il giupin! — esclamò il marinaio.