Il loro sonno non fu interrotto da alcun avvenimento. Forse la tigre era ritornata, ma non osò assalire quell'abitazione che doveva avere, almeno di notte, un aspetto formidabile.
All'indomani, appena sorto il sole, si rimettevano al lavoro con nuova lena. Non essendo però il mozzo necessario, avendo ormai issati sulla piattaforma tutti i bambù occorrenti, lo mandarono sulla spiaggia a far raccolta di ostriche e di granchi e possibilmente di uova d'uccelli, avendo scorto numerosi nidi di volatili scoglieri.
Durante il mattino, Albani ed il marinaio rizzarono i sostegni delle pareti e le traverse del tetto, il quale doveva essere a due pioventi, e prepararono anche un certo numero di tegole, spaccando a metà dei bambù di media grossezza.
Il mozzo intanto non aveva perduto tempo ed aveva fatta un'ampia provvista di crostacei, di ostriche e anche di uova di uccelli marini trovate fra le rupi della costa. Aveva però portato anche varie specie di aranci chiamati dai malesi giàruk ed alcuni di quelli, grossi come la testa di un ragazzino, prodotti dal citrus docunanus e che in quelle regioni sono conosciuti sotto il nome di buâ kadarigsa.
Il lavoro proseguì con alacrità anche nel pomeriggio. Il veneziano ed il marinaio coprirono il tetto colle tegole di bambù, sovrapponendovi delle larghe e lunghe foglie di banani, recate dal Piccolo Tonno, quindi alzarono le pareti intrecciando giovani canne e foglie, ma che si riservavano più tardi di rinforzare con bambù più resistenti per potere, nel caso, far fronte anche ad un attacco violento, sia da parte degli animali come degli uomini.
Rimaneva da costruire la cinta, ma non essendo pel momento necessaria, decisero di innalzarla in tempi migliori e d'occuparsi pel momento delle armi, poichè avevano notato delle tracce numerose di grossi animali nei dintorni della capanna. Essendo però troppo stanchi per intraprendere una marcia nell'interno dell'isola, avendo il signor Albani dichiarato che per avere delle armi potenti gli occorreva innanzi a tutto trovare un albero, ma che non aveva ancora scorto nei dintorni, il terzo giorno lo impiegarono nel fabbricare delle stoviglie. L'argilla non era stata dimenticata. Il previdente veneziano l'aveva tenuta all'ombra di alcuni cespugli, in un luogo umido.
Andò a prendere la grossa palla, la bagnò per bene e si mise a fabbricare dapprima una specie di pentola, un po' informe è vero ma sufficiente pei loro bisogni, poi due pentolini e finalmente tre tondi.
Espose quei suoi capilavori al sole onde si seccassero a perfezione, per non correre il pericolo di vederli scoppiare esponendoli subito al fuoco, poi la mattina del quinto giorno li pose a cucinare a lenta fiamma.
Tre ore dopo i naufraghi della Liguria possedevano la loro pentola, i loro tegami, i loro piatti e perfino delle forchette e dei cucchiai di legno, fabbricati dal marinaio col legno duro d'un nipa, una specie di palma che cresceva presso la costa.
Quel giorno assaggiarono il primo brodo, avendo avuto le fortuna di uccidere, con una sassata fortunata, una cacatua nera che si era impigliata in mezzo ad un folto cespuglio spinoso.