Fathma, man mano che gli ultimi bagliori del crepuscolo sparivano, sentiva accrescere lo spavento. Fra poco quel silenzio sarebbe stato rotto dagli scrosci di risa delle iene, dalle urla dei sciacalli, dal possente ruggito dei leoni e dai sibili dei serpenti e lo spaventevole supplizio sarebbe cominciato. Oh! quanto avrebbe dato per arrestare quelle tenebre che s'addensavano sempre più.

Fece appello a tutto il suo coraggio e frenando i tumultuosi battiti del cuore s'irrigidì contro il tronco dell'albero, rattenendo persino il respiro onde non attirar l'attenzione delle fiere, cogli occhi fissi sotto gli alberi e gli orecchi tesi per raccogliere il menomo rumore.

Passarono dieci minuti di angosciosa aspettativa. D'improvviso, a tre o quattrocento passi di distanza ecco scoppiare una gran risata che si avrebbe potuto credere emessa da una gola umana, da un negro in delirio, Fathma rabbrividì fino alla punta dei capelli nel riconoscere il riso sgangherato della jena.

Succedette un po' di silenzio, rotto solo dal susurrìo delle grandi foglie delle palme che si accarezzavano vicendevolmente sotto i soffi del venticello notturno, poi echeggiò un altro scoppio di risa più vicino, un terzo a destra, un quarto a sinistra, poi un quinto, un sesto e in breve succedette un concerto capace di far morire di paura una donna meno coraggiosa dell'almea. Era ora un ridere spaventevole e ora un brontolìo rauco; ora erano i gemiti strazianti come di persone agonizzanti e ora un urlìo lugubre, diabolico. Fathma non ardiva fiatare e rimaneva immobile, confusa al tronco del tamarindo.

Il concerto non cessò un sol istante. Più volte un sciacallo si avvicinò all'almea e le urlò contro, ma senza ardire di assalirla; un fischio di lei bastava per fugare quegli animali eccessivamente vigliacchi.

D'un tratto udì il riso d'una jena avvicinarsi sensibilmente al tamarindo e poco dopo comparve un grosso animale dal mantello color cenere oscuro su cui risaltava una doppia fila di peli grossi ed irti che dall'occipite scendevano in linea retta sul dorso. Procedette col muso verso terra, con passo sciancato quasi da credere che fosso ferito e fissò due grandi occhi verdastri sull'almea che tremava in tutte le membra.

Era una jena mostruosa, la quale s'arrestò a pochi passi di distanza mandando atroci scrosci di risa. Fathma fe' atto di slanciarsi, ma l'animale, al contrario dei suoi congeneri, s'avanzò e si mise a girare e rigirare attorno al tamarindo, come cercasse d'assalire a tradimento l'impotente vittima.

Lo spaventevole supplizio durò un quarto d'ora, durante il quale Fathma non ardì mai muoversi annichilita dallo spavento e dall'angoscia, poi la jena arrestò i suoi cerchi. Fissò la povera prigioniera, le mosse incontro, si rizzò sulle zampe posteriori e appoggiò le anteriori sullo spalle di lei accostando l'orribile bocca irta di denti, al suo volto.

Fathma gettò un urlo straziante, terribile e s'abbandonò fra lo zampe della belva che la circondarono lacerandole il feredgé.

CAPITOLO XII.—Il salvatore.