—Due persone su di un mahari dal mantello fosco.

—Erano?…

—L'ignoro, ma una pareami una donna.

Abd-el-Kerim sussultò. La sua faccia, che poco prima era tetra, s'illuminò di un raggio di gioia. Con un gesto congedò il sudanese.

—In sella Notis, diss'egli.

I due ufficiali fecero inginocchiare i mahari emettendo un semplice khh! khh! sospirato e s'arrampicarono sulle gobbe sedendosi colle gambe incrociate.

—Allàh vi guardi, disse il sudanese,

Ih! ih! gridò Notis.

I due mahari, obbedienti al segnale, uscirono dalla zeribak e partirono seguendo il sentiero che menava all'ovest, prendendo un lungo trotto, alzando e abbassando bruscamente la testa e la coda, andatura assai malagevole per chi non vi è abituato, il quale crede sempre di perdere l'equilibrio e per le continue e violenti scosse prova forti dolori al capo, dolori alle mani che si gonfiano e dolori alle reni che si pestano e pare che si spezzino.

L'oscurità allora erasi fatta assai più fitta, specialmente sotto la foresta, le cui grandi vôlte di verzura impedivano che trapelassero quasi i raggi lunari. Appena appena scorgevansi i colossali tronchi di tamarindi i cui rami flessibili sostenevano enormi quantità di frutta sei volte più lunghe che larghe e ripiene di una polpa molle e acida; le grandi camerope a ventaglio dal fusto cilindrico coperto di grosse squame regolari e coronate alla sommità da un magnifico ciuffo di trenta o quaranta foglie disposte a ventaglio; le acacie mimose alte come un olmo, sui cui tronchi risaltavano le grossissime bolle della preziosa gomma che trasuda; le palme deleb coi fusti rigonfi nel mezzo e tutti i centomila arrampicanti che s'attortigliavano come serpi attorno ai tronchi degli alberi e che s'arrampicavano sui rami formando spesso dei pergolati naturali veramente ammirabili.