—Arrendetevi! intimò una voce furiosa.

Il negro invece di rispondere afferrò il fucile per la canna, lo rialzò, puntò una delle sue pistole e fece fuoco. Un urlò accompagnò la detonazione, poi seguì il rumor sordo di un corpo che cadeva a terra.

—Ah! cani! vociò Fit Debbeud. Mi assassinano la gente!

Omar scaricò l'altra pistola; s'udì un secondo urlo e un secondo corpo che cadeva, poi un allontanarsi precipitato di passi e alcune fucilate, le cui palle si incastonarono nella porta. I beduini scappavano giù per le scale gettando urla di rabbia.

—Evviva! esclamò Omar, turando la fessura con alcuni guanciali. Sta attenta Fathma!

In quell'istante s'udirono i rami del gran tamarindo che ombreggiava l'abitazione, scuotersi furiosamente.

—La finestra, Fathma, la finestra! gridò Omar.

L'almea lo comprese. Si precipitò verso la finestra e vi giunse nel momento istesso che un beduino si aggrappava al davanzale cercando di issarsi su. Egli allungò una mano, l'afferrò per un lembo del suo habbaras, con una violenta strappata le fece perdere l'equilibrio e s'avventò nella stanza come una tigre cercando di strapparsi dalla cintura l'jatagan, ma era troppo tardi.

Fathma s'era gettata a testa bassa su di lui col pugnale d'Omar in mano. Lo afferrò per la gola e gli sprofondò l'arma fino all'impugnatura nel cuore, gettandolo esanime al suolo.

Era tempo. I beduini, aiutandosi gli uni cogli altri, stavano per giungere alla finestra saltando come scimmie fra i rami dell'enorme tamarindo.