—Ma perchè? dove vuoi andare?

—Ho visto una persona che non credeva di vedere in questi luoghi, ecco tutto. Fra venti minuti sono di ritorno.

—E tanta paura ti cagiona quella persona?

—No, mi ha sorpreso.

Il negro raccolse un mantello, s'avvolse da capo a piedi avendo cura di nascondersi parte della faccia e uscì in furia.

La notte era di già scesa sull'immensa pianura sabbiosa. In cielo scintillavano le stelle e sull'orizzonte alzavasi l'astro delle notti serene, il quale illuminava fantasticamente quel caos di tende, di cavalli, di cammelli, d'uomini, di fucili, di cannoni, di bandiere.

Per ogni dove s'accendevano i fuochi pel rancio della sera, per ogni dove s'aggruppavano Arabi, Negri, Egiziani, Turchi e Circassi a narrarsi vicendevolmente le avventure della giornata, fumando il narghiléch o il sibouk; per ogni dove s'aggiravano cavalli e muli condotti a dissetarsi ai pozzi.

Dappertutto s'udiva un brusìo, un mormorìo, un chiacchierìo, un muggire, un nitrire, che venivano coperti talvolta dalle preghiere dei devoti, o dai canti e dai tamburelli degli Arabi, o da un fragoroso rullar di tamburi, o da uno squillar improvviso di trombe e non di rado da una scarica di fucili delle compagnie accampate agli avamposti che venivano assalite dai bersaglieri insorti.

Omar, dopo aver girato rapidamente lo sguardo attorno e di aver esitato qualche istante si cacciò fra una doppia fila di tende, saltando via i soldati che sonnecchiavano per terra. Un minuto dopo si arrestava soffocando a gran pena un grido di furore.

Davanti a lui, avvolto in un lungo taub, camminava un negro di statura colossale con un remington ad armacollo. Quantunque fosse notte e il mantello coprisse una buona parte del volto a quell'uomo, Omar lo riconobbe subito.