—Lui! Ma chi lui?

—Il nostro mortale nemico, il rivale di Abd-el-Kerim, il greco Notis infine.

—Eh! Sei sicuro di non prendere un granchio? Guardalo bene, amico mio, fissalo ancora.

—Lo guardo, lo fisso, e più che lo guardo più mi assicuro che è lui. Abù, bisogna farlo rinvenire e farlo parlare. Abd-el-Kerim non può essere che in sua mano.

—Ma… e parlerà?

—Vedrai che canterà e molto alto.

Abù-el-Nèmr staccò dal suo turbante una penna d'airone l'abbrustolò al fuoco poi la mise sotto il naso allo svenuto. Un trasalimento nervoso scosse il corpo del greco; distese le braccia, aprì le mani convulsivamente chiuse, emise un sospirone e sbarrò gli occhi arrestandoli sul volto del negro. Un «oh!» di sorpresa e di terrore gli uscì tosto dalle labbra.

Si stropicciò gli occhi più volte, poi gli riaprì tornando a fissare il negro che era sempre curvo su di lui. Divenne pallido come uno spettro e portò le mani alla cintura come se cercasse qualche arma.

—Omar! Omar! esclamò egli a più riprese.

Lo schiavo di Abd-el-Kerim, poichè era proprio lui, proruppe in uno scroscio di risa.