Omar l'aperse e vi gettò sopra gli occhi. Tosto trasalì come un condannato che vede la mannaia del carnefice levarsi improvvisamente sulla sua testa e fece un gesto di disperazione.
—Graziato!… Notis graziato!… balbettò egli. Questa pergamena è falsa! Non può essere… non può essere!
—Bada ai casi tuoi, disse El-Mactud minacciosamente. Porre in dubbio una pergamena dell'inviato di Dio è pericoloso per la testa di un uomo.
Omar lo comprese e non osò continuare. Tuttavia non voleva cedere quel greco che tanto odiava, senza parlare prima con Abù-el-Nèmr.
—Odimi, disse allo scièk. Io credo alla pergamena, ma lasciami due ore di tempo onde io parli collo sceicco Abù-el-Nèmr; poi ti cederò il prigioniero.
—Non ti accordo nemmeno cinque minuti. Ad Ahmed occorre sull'istante il greco.
—E se io mi opponessi colla forza?
—In tal caso mi recherò dal mudir (governatore della città), farò assalire il tuo tugul dalla guarnigione e uccidere tutti i tuoi guerrieri.
A quella minaccia, Omar si sentì mancare la forza di resistere oltre. Egli si trasse da un lato appoggiandosi alla parete per non cadere. Un sordo gemito gli uscì dalle labbra.
El-Mactud attraversò con un salto la soglia e si precipitò come bomba nella capanna. Là, su di un angareb disteso supino, col volto fra le mani, se ne stava il greco Notis. Al fracasso che fece lo sceicco entrando, scattò in piedi. Due grida rimbombarono.