CAPITOLO XII. Il Traditore.
Era mezzanotte quando la truppa, montata su cavalli freschi, quasi tutti di razza persiana, lasciavano l'accampamento avviandosi verso l'Amu-Darja.
La notizia ormai pienamente confermata che un corpo russo scendeva da Samarcanda per cinger d'assedio Kitab, li spingeva ad affrettarsi, non avendo alcun desiderio di venire di buona o di cattiva voglia coinvolti in quella campagna, quantunque tutti, da veri turchestani, nutrissero un odio profondo contro quegli insaziabili conquistatori, che allungavano le loro poderose zampe d'orsi su tutta l'Asia centrale.
Sapevano per pratica come finivano sempre quelle guerriglie ed a quali orrori si esponevano i disgraziati insorti contro lo strapotente e barbaro nemico.
Non fu che allo spuntare del giorno, dopo una corsa furiosa, velocissima, che la truppa giunse senza aver fatto cattivi incontri sulla via dell'Amu-Darja, nei pressi del guado conosciuto sotto il nome di Ispas.
L'Amu, che i turchestani chiamano anche Djicon, è il più grosso dei tre fiumi che solcano l'immensa steppa e che vanno ad ingrossare le acque del mar d'Aral.
Nasce da una delle più alte vette del Bolor, nel Pamir e scorre dapprima sotto il nome di Pani, svolgendosi attraverso regioni fertilissime, percorre tutta la steppa turanica, non ricevendo che pochi fiumiciattoli e, come abbiamo detto, va a scaricarsi nell'Aral dove forma un vastissimo estuario.
In quasi tutto il suo percorso le alte piante, che nella steppa non possono svilupparsi per la siccità che regna durante i mesi caldi, coprono le sue rive, producendo uno strano contrasto colle eterne erbe che per centinaia e centinaia di chilometri si susseguono ininterrottamente, con una monotonia desolante.
Platani di dimensioni colossali, querce, cedri, ginepri e micgasia, che lanciano il loro bellissimo stelo a cinque o sei metri, crescono a profusione, ma le piante che soprattutto interessano gli abitanti delle rive sono i rosai, i quali coprono in certi punti delle estensioni vastissime, raggiungendo sovente un'altezza di quindici piedi.
Come si sa, tutti i popoli orientali fanno un consumo enorme di acqua di rose. Si profumano le vesti e le barbe, bagnano, anzi inzuppano addirittura i fazzoletti delle persone che vanno a visitarli, ne mettono nell'acqua delle loro pipe e perfino nei loro pasticci dolci, sicchè dove quegli splendidi e profumati fiori allignano, vi è una ricchezza non indifferente da raccogliere.