Il sergente ed i suoi soldati, dopo d'aver risposto alla parola d'ordine delle sentinelle, attraversarono l'accampamento ed entrarono sotto una vasta tenda sulla cui cima ardeva un grosso fanale, accanto ad una bandiera rossa, attraversata da una grande croce bianca.

Nell'interno vi era una ventina di materassi, sui quali giacevano degli uomini che avevano la testa fasciata di bende più o meno insanguinate: russi feriti dai kangiarri, dagli jatagan e dalle scimitarre dei Shagrissiabs, nell'attacco dei giardini di Kitab.

Nel mezzo, sotto una lanterna, un capitano medico, molto barbuto, con un grosso sigaro in bocca, stava seduto su un tamburo leggendo qualche vecchio giornale.

Vedendo entrare il sergente alzò il capo, senza smettere di fumare.

— Che cosa mi porti, Alikoff? — chiese. — Non è ancora finita la raccolta dunque?

— No, capitano, però quello che vi conduco non è uno dei nostri. —

Il capitano aggrottò la fronte e fece un gesto come di stizza.

— Un ribelle?

— Sì, capitano.

— Portatelo a Djura bey od al suo socio, Baba beg.