I prigionieri, non abituati a marciare a piedi, essendo i turchestani tutti cavalieri, non si reggevano più e avevano le gole arse da quella continua pioggia di polvere finissima, e le palpebre rosse e gonfie.
Perfino Tabriz, abituato a vivere quasi sempre a cavallo, non ne poteva più degli altri.
I soldati dell'Emiro fecero una magrissima dispensa di viveri, non avendo condotto con loro che una dozzina di cammelli carichi di provviste, poi rizzarono le loro tende da campo, lasciando i prigionieri ad arrostire sotto il sole ed esposti alle cortine di sabbia che lentamente s'avanzavano, spinte forse da una impercettibile brezza di tramontana.
Tabriz, che aveva trascorsa una parte della sua gioventù in quella steppa maledetta e che sapeva qualche cosa sui movimenti di quelle sabbie, non si stancava di osservarle con profonda attenzione, nonchè di bagnarsi il dito pollice e di alzarlo più che poteva, come fanno i marinai per conoscere la direzione del vento.
— Purchè non cambi, — disse ad un certo momento a Hossein, che si era sdraiato al suo fianco, immerso nelle sue tristezze.
— Chi? — domandò il giovane.
— La brezza, — rispose il gigante. — È la tramontana che provoca la burana.
— Deboli speranze.
— Eh no!... Signore!... Guarda lassù, guarda bene!... È il cielo che si oscura.
— Una nube che passa.