— Signore, — gli disse ad un certo momento Tabriz, — si direbbe che tu sei molto incollerito.
— È vero, — rispose il nipote del beg. — L'ho con quelle dannate Aquile e poi vi è un pensiero che mi turba.
— Quale?
— Vorrei sapere chi le ha spinte a tentare questo colpo di mano e per conto di chi hanno agito.
— È quello che mi ero già chiesto anch'io, — rispose il gigante. — Qui sotto ci deve entrare la mano di qualche uomo potente.
— Di un Khan?
— Quello di Khiva o di Bukara. Eh!...
— Può darsi — disse Abei. Poi ricadde nel suo mutismo, aizzando il piccolo e villoso cavallo datogli dal Sarto.
Un'ora dopo giungevano alla tenda. I due cavalli che Tabriz e Hossein avevano lasciati liberi, brucavano le erbe come meglio potevano, avendo ancora il morso.
I Sarti, aiutati dal gigante, levarono le pertiche, piegarono l'immensa tela di grosso feltro, caricarono tutto sui cavalli, compresi i cofani, poi si rimisero in marcia.