L'aria si era ottenebrata come se il sole fosse improvvisamente tramontato, ed in alto ed in basso si udivano ruggiti, urla e fischi stridenti, come se tutti i demoni dell'inferno fossero stati vomitati sulla steppa, e si abbandonassero ad una gazzarra strepitosa.
Cortine e cortine di sabbia s'abbattevano senza posa sull'accampamento con un strano stridìo, accumulandosi qua e là e coprendo volta a volta i cavalli, i quali nitrivano dolorosamente, mentre i cammelli gridavano in modo lugubre, dimenando disperatamente le teste.
Tabriz, tenendo per mano Hossein, si era gettato entro una buca di difesa, dalla parte dove il vento soffiava, da una piccola tenda che s'appoggiava addosso a due cammelli.
Due usbeki che vi si trovavano dentro, avevano cercato dapprima di respingerli, gridando che i prigionieri dovevano pensare per loro conto a salvarsi, ma vedendo quel gigante coi pugni alzati e libero della catena che senza troppi sforzi aveva strappata, si erano affrettati a fare a loro un po' di posto.
Era quello il momento in cui la burana si rovesciava, spingendo innanzi a sè centinaia e centinaia di trombe di sabbia, che giravano vertiginosamente salendo verso il cielo.
Tabriz accostò le labbra ad un orecchio di Hossein, sussurrandogli.
— Ecco il momento: approfittiamo. —
Poi, senza aggiungere altro, si alzò come per meglio accomodarsi entro la buca che era piuttosto stretta anche per soli quattro uomini, e, colla rapidità del lampo, fulminò i due soldati dell'Emiro con due pugni terribili, due veri colpi di mazza piombati in mezzo ai loro crani pelati.
I disgraziati non ebbero nemmeno il tempo di mandare un grido ed erano piombati in fondo alla buca, raggomitolandosi su loro stessi.
— Le armi, signore! — gridò il gigante, cercando di dominare colla sua possente voce i ruggiti della burana.