— Ecco la libertà! — gridò Tabriz.

— E la vendetta, — aggiunse Hossein i cui occhi si erano accesi d'una terribile fiamma. — Siamo sempre sulla traccia del loutis?

— Sì, padrone, non la perderò più. Ecco dove sono passati i due cavalli. Le erbe non si sono ancora raddrizzate.

— Che gli usbechi si siano rassegnati?

— Lo credo, signore. —

La steppa verdeggiante, quella superba pianura che pareva un oceano di erbe, quasi sempre in movimento come le onde instabili, quantunque non ne possedesse il muggito sinistro ed impressionante, s'apriva dinanzi a loro.

In mezzo si vedeva netto il solco aperto dai due cavalli montati dal loutis e dal suo compagno, non avendo avuto il tempo, le erbe, calpestate dai robusti zoccoli dei due corridori, di rialzarsi.

Il sole volgeva ormai al tramonto e si tuffava in un nimbo d'oro porpureo, ma la luna non doveva tardare ad alzarsi e piena di splendore.

Sull'immensa pianura non si scorgeva nulla, affatto nulla: nè tende d'Illiati, nè gruppi di cammelli o di cavalli pascolanti, nè i due fuggiaschi. Tuttavia nè Tabriz, nè Hossein disperavano di raggiungere l'uomo che li aveva così vilmente traditi e che per poco non era stata la causa della loro morte o per lo meno della loro prigionìa.

— Prima che raggiungano le rive del mar Nero o le frontiere della Persia, piomberemo loro addosso, — diceva Tabriz. — È impossibile che abbiano potuto trovare cavalli più rapidi dei nostri.