— Guai a loro! — urlò il giovane. — Per quanto siano potenti, il mio kangiarro saprebbe raggiungerli.
— La mia non è stata che una supposizione, padrone, — disse il gigante.
— E nondimeno mi ha colpito profondamente il cuore, più dolorosamente d'un colpo di pugnale.
— Possono avere di mira solamente le ricchezze della tua fidanzata, signore.
— Vadano pure i cofani pieni d'oro e di gioielli di Talmà, ma non lei. L'amo così immensamente, Tabriz, che non potrai mai fartene un'idea, m'intendi?
Se corro attraverso la steppa, mi pare di vederla fuggire dinanzi a me fra le alte erbe, come una visione celeste; se dormo, mi pare di vederla entrare silenziosamente nella tenda del beg e accostarsi al mio capezzale e sussurrarmi parole d'amore; se inseguo una fiera o caccio col falco, mi pare che perfino gli animali volatili abbiano qualche cosa di comune con Talmà.
M'intendi, Tabriz? Aizza il tuo cavallo, senza tregua, senza compassione. Se muore poco importa. Abbiamo cavalli in abbondanza.
— Cani di predoni! — ruggì il gigante. — Ne farò un macello di quei ladri! È tempo che le Aquile ritornino nelle loro maledette steppe della Ghirghisia.
— Sferza, Tabriz. —
I due stalloni persiani, quantunque galoppassero da quasi una mezz'ora, non rallentavano, anzi pareva che aumentassero continuamente la loro corsa, non ostante che le sabbie trasportate dal vento, si abbattessero in vere trombe su di loro.