— E anche i prigionieri, Garcia, — disse Alvaro.
— Che canaglie! Eppure la selvaggina e le frutta non mancano nelle loro foreste.
— Questione di gusti, ragazzo mio. Orsù, accendiamo il fuoco e prepariamoci la cena.
Il sole si abbassa rapidamente. —
Temendo che gl’indiani potessero scorgere la fiamma, dubitando che avessero già lasciata la foresta, scelsero un luogo riparato dalle piante.
Raccolsero delle canne secche e dei rami morti e si sedettero intorno al piccolo falò sorvegliando la cottura dei pesci.
Le tenebre cominciavano a calare e dalle acque si alzava una nebbiola carica di esalazioni pestifere, quella nebbia pericolosissima che produce febbri mortali e anche la terribile febbre gialla.
Miriadi di zanzaroni volteggiavano fra le canne, mentre in alto svolazzavano a zig-zag certi grossi pipistrelli che avevano delle ali di quasi mezzo metro, forse quei pericolosissimi vampiri rossi che succhiano il sangue alle persone e agli animali che sorprendono addormentati.
Sulle larghe foglie delle victorie, passeggiavano invece gravemente, sui loro lunghissimi trampoli i piassoca, lasciandosi trasportare dal venticello che spingeva quelle zattere verdeggianti, attraverso la palude, mentre i bentivi, ritti sulle canne, lanciavano il loro monotono e melanconico grido: ben-ti-vi... ben-ti-vi... ed i bianchi uroponga nascosti fra i cespugli degli isolotti lanciavano in aria, rompendo bruscamente il silenzio, le loro note acute che somigliano allo squillo d’una campana od al battere d’un martello su un’incudine.
— Come è tetra questa palude, — disse Alvaro che sorvegliava la cottura dei due traira. — Mi mette indosso una tristezza infinita.