Legarono solidamente l’estremità del budello, introdussero un pezzo di canna traforata nell’altro e Alvaro cominciò a soffiare a tutta forza.

Ci volle un buon quarto d’ora prima che l’intestino che era lungo ben dodici metri, fosse completamente pieno d’aria.

— Ora andiamo a legarlo intorno alla testuggine, — disse Alvaro quando ebbe chiusa l’altra estremità. Vedremo se il rettile sarà capace di lasciarsi affondare.

Alzarono con precauzione il budello onde i rami spinosi dei cespugli non lo guastassero e riattraversarono l’isolotto.

La povera mydas, non ostante i suoi sforzi disperati, si trovava ancora rovesciata sul dorso. Agitava pazzamente le larghe zampaccie e allungava ed accorciava comicamente il collo senza però riuscire nemmeno a scuotere il pesante guscio.

Alvaro ed il mozzo la circondarono col budello, assicurandolo solidamente sui margini della corazza ossea indi per meglio impedire al rettile di sommergersi e anche per riparare il leggiero galleggiante che poteva venire offeso dalle spine delle victorie, e scoppiare sul momento, legarono come meglio poterono alcuni fasci di canne, formando una specie d’armatura.

— Come si troverà male questa povera tartaruga, quando sarà in acqua, — disse il mozzo ridendo.

— Specialmente quando la cavalcheremo, — rispose Alvaro.

— E come farete a guidarla, signore?

— A colpi di bastone, mio caro che le applicherai a destra od a sinistra.