Si chiamano anche miceti neri avendo il pelame oscuro con certi riflessi rossicci e che nelle femmine diventa un po’ giallognolo, con barba alle gote e coda lunga quanto l’intero corpo, che non oltrepassa ordinariamente i settanta centimetri.
Avendo un gozzo che si potrebbe chiamare anche un tamburo, assai considerevole, diviso in sei scompartimenti, la loro voce acquista una intensità tale da propagarsi a distanze infinite.
Il loro grido usuale è una specie di rocku-rocku che si ode a parecchi chilometri, ma che variano a piacere. Ora infatti grugniscono come i maiali, ruggiscono e miagolano come i giaguari, ora urlano come se si torturassero degli esseri umani.
Seduti in circolo sulla biforcazione dei rami ed ignari della presenza dei due naufraghi, quei sei o sette cantori gonfiavano enormemente i loro gozzi lanciando note sempre più acute, poi tacevano bruscamente per attendere dal maestro, che stava nel mezzo e che era il più smilzo della truppa ma che aveva la voce più potente, la nota giusta.
Quando qualcuno usciva di tôno, un sonoro scapaccione somministrato dal direttore, lo faceva subito tacere.
— Finitela! — gridò il mozzo che era già giunto sotto all’albero e che aveva gli orecchi intronati da quel concerto indemoniato. — Abbasso il maestro! —
Era fiato sprecato. Le caraja erano tanto occupate nell’eseguire quel coro infernale che non avevano nemmeno udita l’intimazione del ragazzo.
— Perderai inutilmente il tuo tempo, — disse Alvaro. — La tua voce non si ode fra questo baccano assordante.
— Ci vorrebbe un cannone, signore.
— Un buon colpo di fucile otterrà buon successo. Facciamo cadere giù il maestro. —