— Preparatevi per la frittura che formerà il primo piatto. Il tamanduà verrà poi. —

Aprì il sacco e lo vuotò nel guscio. Le povere termiti, che erano delle belle e grosse formiche, più lunghe d’un pollice, caddero nel grasso bollente, dibattendosi per qualche istante disperatamente.

Un profumo squisito, come di pesce fritto, si sparse per l’aria.

Quando il marinaio le giudicò ben cotte, le ritirò servendosi d’una spatola di legno che aveva lì per lì fabbricata e le depose su una bella e profumata foglia di palma.

— Ecco la frittura! — gridò allegramente. — Servitevi, signori! —

Si erano seduti tutti tre intorno alla foglia, ma Garcia ed Alvaro esitavano.

Quel fritto di formiche non li tentava affatto.

— Assaggiate dunque, signor Viana, — disse il marinaio.

Alvaro, quantunque arricciasse il naso, finalmente si decise.

— Corpo d’un elefante! — esclamò quando ne ebbe mangiate alcune. — Sono più delicate e più gustose dei gamberetti di mare![9] Mangia Garcia ed impara ad apprezzare la cucina dei selvaggi brasiliani. —