La belva, giacchè doveva essere tale, conservava una immobilità assoluta, senza stornare gli sguardi dai due naufraghi.
Passarono così parecchi minuti, poi i due punti luminosi improvvisamente scomparvero e nel silenzio della notte s’udì a echeggiare sinistramente un rauco miagolìo che terminò in una specie di ululato che fece raggrinzare la pelle al mozzo.
Per alcuni istanti si udirono le foglie a scrosciare, poi ogni rumore cessò.
— Che abbia avuto paura del vostro fucile, signore? — chiese Garcia.
— Certo, qualcuno lo avrà avvertito che io sono l’Uomo di fuoco. — rispose Alvaro, ridendo. — La mia fama è giunta perfino agli orecchi delle belve.
— Il fatto è che quell’animale se n’è andato.
— Purchè non cerchi invece di sorprenderci? Noi però non passeremo accanto a quel macchione, anzi volgeremo le spalle.
La luna s’innalza. Andiamo, Garcia. Mi preme sapere che cosa è avvenuto del capo degli Eimuri. —
Stettero qualche istante in ascolto e non udendo più alcun rumore, lasciarono l’albero, avviandosi lentamente verso il luogo dove il liboia aveva assalito il capo.
Si fermavano però di frequente per guardarsi alle spalle, temendo di essere seguiti da quella belva che poteva essere pericolosissima e capace di assalirli.