— Ci giungeremo fra qualche ora.
— È dunque immensa questa savana?
— Vastissima signore. Non sono riuscito a scoprire la sponda opposta.
— Animo dunque, Garcia, — disse Alvaro. — Dopo ci riposeremo. —
Le isolette si succedevano alle isolette, ingombre di paletuvieri rossi e di altre piante acquatiche, non erano però altro che banchi di fango, appena emersi, sui quali un uomo non avrebbe potuto posare i piedi senza correre il pericolo di sprofondare.
Erano banchi traditori, formati da sabbie mobili senza fondo, pronte ad inghiottire l’imprudente che avesse osato calpestarle.
Nubi di uccelli acquatici s’alzavano dai paletuvieri all’accostarsi della scialuppa e fuggivano via schiamazzando. Erano tanagri dalle penne azzurre ed il ventre aranciato; delle gallinelle turchine; dei mariapreta, graziosi uccellini tutti neri e la testa bianca e anche dei bellissimi ciganas i fagiani delle paludi e dei corsi d’acqua.
Per più di un’ora i due portoghesi continuarono a maneggiare le pagaie, non ostante il caldo intenso che regnava sull’immensa savana, passando in mezzo ad una moltitudine di banchi e di piante acquatiche, finchè si trovarono dinanzi ad un’isola coperta di alberi bellissimi e svariati che non potevano crescere che su un suolo consistente.
— Siamo giunti, — disse il marinaio.
— Cominciavo a rallentare, — rispose Alvaro che aveva le vesti inzuppate di sudore.