Avendo tre paia di pagaie, ed essendo l’indiano, al pari della maggior parte dei suoi compatriotti, un battelliere inarrivabile, la canoa partì rapidissima, tenendosi a mezzo chilometro dalla costa.
La savana era sempre cosparsa di banchi, coperti ora di paletuvieri rossi ed ora da enormi mazzi di taquara, bambù altissimi di cui gl’indiani si servono per fabbricare le loro frecce.
Gli uccelli acquatici vi svolazzavano sopra a migliaia e migliaia, senza troppo spaventarsi della presenza della canoa.
Eppure l’indiano, remando, approfittava sovente per mandare una freccia, con abilità prodigiosa ora a qualche piassoie ed ora a qualche bel mahilaco od a qualche canindè che schiamazzavano sulle cime dei bambù.
Da uomo previdente pensava alla cena e anche alla colazione dell’indomani.
Qualche altra volta invece, mandava le sue freccie a fior d’acqua arrestando qualche traira, quei grossi pesci che popolano le paludi o qualche rascudo dalle squame durissime, ma non sufficienti a ripararlo dalla sottilissima punta di quei dardi.
— Come sono destri questi selvaggi, — diceva Alvaro che ammirava la bravura di Rospo Enfiato. — Se i miei compatriotti vorranno occupare questo paese colla violenza avranno ben da fare a tener testa a questi indiani. —
Verso sera la canoa che non aveva cessato d’avanzarsi sotto la spinta delle sei pagaie, giungeva all’imboccatura d’un fiume largo un centinaio di metri e che pareva fendesse per un tratto immenso la gigantesca foresta, a giudicarlo dal volume delle sue acque.
— L’Ibira, — disse Rospo Enfiato, volgendosi verso il marinaio. — Salendolo noi giungeremo in un paio di giorni nel paese dei Tupy.
— Sono abitate le sue rive?