I colpi spesseggiavano e non risparmiavano gli assalitori.

Ogni palla abbatteva un uomo ora a destra, ora a sinistra, ora dinanzi ed ora di dietro, giacchè gl’indiani s’avanzavano da tutte le parti.

Ad ogni indiano che cadeva, i suoi compagni s’arrestavano un momento vociferando spaventosamente, ma poi riprendevano l’avanzata fino a quando un altro stramazzava.

Già le freccie cominciavano a cadere intorno ad Alvaro e la posizione diventava ormai insostenibile, quando un avvenimento fortunato arrestò l’attacco.

Già da qualche minuto il portoghese aveva notato fra gli assedianti, la presenza d’un indiano di alta statura, che portava sulla testa un diadema di penne di tucano e che aveva il petto e le braccia adorne di numerose collane formate da granelli d’oro e da certe pietre risplendenti che erano forse dei diamanti greggi[13].

Immaginandosi che potesse essere il capo della tribù, non avendone veduti altri così riccamente adorni, gli aveva fatto fuoco addosso per ben tre volte senza riuscire mai a colpirlo.

Avendolo veduto slanciarsi sulla cima d’uno di quei tronchi che gl’indiani facevano rotolare, forse per meglio osservare la posizione occupata dagli assedianti o per colpirli con qualche freccia, Alvaro che già lo spiava e che aveva appena ricevuto da Garcia un archibugio carico, aveva sparato precipitosamente.

La palla era giunta a destinazione.

Il capo, ferito in mezzo al petto, era stramazzato dietro al tronco, dopo aver spiccato un salto in aria.

La caduta di quel guerriero aveva sparso fra gli assedianti un panico indicibile.