— Non lo so; i Tamoi od i Caheti. Canaglie! Non hanno perduto il loro tempo. Guarda, uomo bianco! —
CAPITOLO XXXII. L’assalto dei Tupinambi.
Diaz si era rapidamente voltato, guardando verso la savana sommersa.
Se l’indiano che sapeva non essere facile ad impressionarsi, aveva pronunciate quelle parole, la cosa doveva essere ben seria e realmente era molto grave.
Quattro punti luminosi, forse delle fiaccole, solcavano silenziosamente le nere acque della savana sommersa e quello che era peggio, pareva che si dirigessero verso l’isoletta sulla quale il marinaio di Solis e l’indiano avevano cercato un momentaneo rifugio.
Si distinguevano abbastanza nettamente le prore di quattro canoe che parevano assai più grosse di quella dei fuggiaschi e si vedevano anche ad agitarsi delle forme umane quasi nude.
— Bella notte! — mormorò Diaz, — Prima i giaguari, ora i Tupy od i Caheti! Come finirà?
— Li vedi? — chiese Rospo Enfiato.
— Non sono cieco.
— Vengono qui.