Alle nove del mattino, quando un leggiero barlume di luce cominciava a mostrarsi verso levante, riprendevano la marcia a piccola velocità, girando il fiord il quale era formato da aspre colline non sempre accessibili, e verso le undici, al primo raggio di sole, passavano sulla terra di Grant, terra assolutamente deserta, poco nota, che spinge le sue spiaggie fino al canale di Robison, l'ultimo esplorato.

Anche l'83º parallelo era stato felicemente superato. Sette gradi ancora ed il Polo, quel terribile polo che in quattro o cinque secoli aveva divorate tante vittime umane per non lasciarsi togliere il velo misterioso che lo copriva, era vinto.

— Avanti giorno e notte, — disse il canadese a Dik, preso da un improvviso entusiasmo. — Vi offro mille dollari ogni grado che mi farete vincere.

— Ed io vi prometto di intascarli, — aveva risposto l'ex-baleniere. — Master Torpon per me ora è morto!... —

Ed il treno era subito ripartito a grande velocità, salendo e scendendo le larghe ondulazioni della pianura gelata, sprofondando però talvolta entro la neve rammollita da quello strano tiepore che non aveva cessato di aumentare.

Al tramonto anche la terra di Grant, l'ultima rilevata ed osservata dagli esploratori artici, arrestatisi allo stretto di Robison ed alla baia di Morkham, era attraversata.

Malgrado i molteplici ostacoli, Dik aveva condotto meravigliosamente il treno, imprimendogli talvolta una velocità di sessanta e perfino di settanta miglia.

Al di là dell'ultima terra esplorata dagli audaci navigatori americani ed europei, si stendevano parecchie isole che sembravano picchi vulcanici emersi dal mare chissà in quali lontane epoche, congiunte fra di loro da terre basse e contornate da ghiacci ancora abbastanza solidi per reggere il treno.

Non vi era però da fidarsi gran che. La temperatura non cessava di scemare, e verso il settentrione apparivano degli ampi canali d'acqua libera, quantunque ingombri d'ice-bergs natanti, vecchi forse da secoli.

— Adagio Dik e scandagliamo prima il ghiaccio, — disse il canadese, il quale temeva che da un istante all'altro il pak cedesse sotto il peso del treno e li facesse scomparire nei baratri dell'oceano artico. — E noi, Walter, gonfiamo il canotto cauciu e teniamolo pronto.