— È un puntiglio allora il vostro.
— Non lo so, ma mi pare che questo non sia il luogo per occuparci dei nostri affari, mister Torpon.
— Avete ragione, signor di Montcalm. Io mi ero proposto di offrirvi una cena e di mangiarcela assieme ai nostri partners. Accettate?
— Con tutto il piacere e tanto più che stamane non ho fatto che una leggierissima colazione per mantenermi più agile.
— Per darmene di più, — disse l'americano, ridendo. — Venite, signori. —
Entrarono nell'albergo, passando dinanzi ad una mezza dozzina di camerieri negri, vestiti correttamente di nero e con dei collettoni candidissimi che li tenevano come impiccati, ed entrarono in una magnifica e spaziosissima sala, illuminata sfarzosamente da un centinaio di lampade elettriche, prendendo posto dinanzi ad una tavola isolata, situata verso un angolo.
Essendovi poche persone, potevano parlare a loro agio senza poter essere disturbati, nè uditi.
L'yankee, abituato a fare le cose in grande, ordinò una cena degna d'un milionario come era lui, poi mentre si faceva servire, tanto per aguzzare maggiormente l'appetito, un paio di bottiglie di vino del Reno a cinque dollari l'una e cinque dozzine di gamberi di California a venti cents l'uno, disse:
— Signor di Montcalm, vi ringrazio di aver accettato la mia proposta di seguirmi su territorio americano per definire una buona volta la nostra eterna questione, poichè vi dichiaro francamente che io sono estremamente stanco dei brutti giuochi che ci fa continuamente il destino.
— Ed io non meno di voi, — rispose il canadese.