E fieramente alzò la piccola testa dal volto pallido, sul quale non si leggeva altro che una grande espressione di fierezza.
—Camilla, tu sei la mia rovina,—disse il principe, uscendo senza stenderle la mano.
Nella galleria lo attendeva il suo cameriere per infilargli il soprabito e presentargli i guanti, il bastone e il cappello.
Don Pio, calmo in apparenza, dette alcuni ordini, scese le scale inchinato dai servitori, e dopo essersi seduto nel phaéton prese in mano le redini dei cavalli e uscì dal palazzo.
Era quasi notte quando il phaéton si fermò sulla piazzetta dinanzi all'osteria, già illuminata dai lampioncini colorati, e il principe, sceso prontamente, si trovò a fianco Fabio Rosati e il sor Domenico, il quale si tolse il cappello a cencio e gli disse a bruciapelo:
—Non mi ha voluto dar retta e le cose si imbrogliano. Faremo un buco nell'acqua se non viene la principessa.
Don Pio infilò il braccio familiarmente in quello del sor Domenico e tirandolo in disparte gli disse:
—Che volete, la principessa non c'entra per nulla nella mia elezione; le signore hanno idee che noi dobbiamo rispettare, ma che non dividiamo.
—Lo capisco,—diceva il sor Domenico spartendosi con le dita la lunga barba, come soleva fare quand'era soprappensieri,—lo capisco, ma lei sa, Eccellenza, che abbiamo da far con certa gente cocciuta e siamo in certi tempi...! Basta, vedremo; bisognerebbe che per amicarsi i trasteverini lei avesse qualche buona promessa in riserva e la manifestasse stasera.
—Vedremo,—disse il principe ritornando verso Fabio Rosati, che era circondato da un gruppo di persone ben vestite e parlava a bassa voce con loro.