Il pittore Rossetti era spesso nelle redazioni dei giornali per invitare i redattori a visitare i suoi quadri: il povero artista sperava, facendo parlare di sè, di attirare nel suo studio quei ricchi forestieri, dai quali attendeva la fortuna. Ubaldo Caruso ricevè un giorno il Rossetti e lo assicurò che presto lo avrebbe visto allo studio. Il Caruso era da poco nel giornalismo e non trascurava occasione per farai conoscere, per obbligare quanti si rivolgevano a lui; per questo si affrettò a mantenere la promessa e un dopopranzo, terminata la cronaca, andò dal Rossetti.

Lo studio del vecchio artista era messo con un certo gusto; non vi erano oggetti di valore, ma le stoffe antiche un po' sbrandellate coprivano i muri, le porcellane di Venezia erano posate sui mobili tarlati; e sui divani erano gettati dei tappeti turchi molto vecchi.

Tutte quelle tinte miti si fondevano in un tutto armonioso, che accarezzava dolcemente l'occhio e faceva da cornice a una stupenda figura di giovinetta che, seduta davanti all'artista, sopra un ripiano di legno, servivagli di modella per una Desdemona.

Ella arrossì lievemente vedendo entrare un estraneo e sollevò il capo dai guanciali che le facevano da sostegno.

—Il signor Caruso, redattore del Tempo,—disse il vecchio stringendo la mano con effusione al giornalista.—Mia figlia minore, la mia Maria.

Ubaldo gettò uno sguardo sul quadro, che rappresentava Desdemona in atto di ascoltare il racconto delle battaglie di Otello, lo lodò immensamente e disse che se quel quadro era riuscito così, era merito non solo dell'autore di esso, ma anche della bellezza della signorina.

Il vecchio artista, lieto di quelle lodi prodigate all'opera sua e alla figlia prediletta, non permetteva più che l'Ubaldo se ne andasse. Con quella parlantina tutta propria dei veneziani, ei gli manifestava le sue speranze, speranze che i disinganni non erano riuscite a scemare, gli parlava con fede dell'arte, delle consolazioni che dà a chi l'ama e la coltiva, e ripetevagli sempre:

—Che peccato che il signore non sia artista!

Il Caruso pareva che prestasse molta attenzione alle parole del Rossetti, ma invece guardava molto la bella Maria, la quale lo accompagnava nella visita allo studio strascinando sul pavimento un vecchio vestito di antica stoffa gialla, che aggiungeva maestà alla imponente figura di lei e ne faceva meglio risaltare i nerissimi capelli chiusi nella reticella d'oro. Ella, al contrario del padre, parlava pochissimo, ma la sua voce era così dolce, così carezzevole, che chi l'udiva credeva sempre di sentire susurrare all'orecchio parole affettuose, che scendevano dritte al cuore, e la parola ella accompagnava con un abbassare così lento delle pesanti palpebre da far credere a chi la guardava, che ella capisse il fascino che esercitava, e quasi ne fosse vergognosa.

Ubaldo Caruso s'invaghì subito di Maria, e non potendo dirle quello che gli ispirava perchè la ragazza non si scostava mai dal padre e ogni tanto posavagli in atto carezzevole la testa sulla spalla, la guardava di continuo e le faceva salire a vampe il rossore fino alla fronte e alle orecchie.