A un tratto, nel veder scendere da una botte un giovinotto sbarbato e vestito correttamente di saia turchina, tutte le conversazioni cessarono, i capannelli si scomposero e la folla si spinse verso di lui.
Il giovinotto distribuiva strette di mano a tutti, salutando ciascuno per nome.
—Signor Rosati!—dicevano le persone aggruppate intorno a lui rispondendo al saluto.
—Come va? Che mi dite di nuovo?—domandava Fabio Rosati, rivolgendo uno sguardo d'intesa a tre o quattro cui la folla popolana pareva ubbidire.
—In Borgo si può contare su cinquecento voti, non più,—disse il Simonetti, un omaccione grasso, che aveva bottega d'orzarolo vicino a piazza Rusticucci e godeva di molta popolarità fra i liberali di quel rione.
—E dalle parti vostre come si sta?—domandava Fabio Rosati a Scortichino, il ricco oste di San Francesco a Ripa.
—Benone, sor Fabio mio. Ieri sera avevo l'osteria piena di gente e dopo che ebbi parlato, come so parlar io, non fo per vantarmi, sa, e ebbi detto che bevessero pure senza pensare al conto, tutti convennero che era meglio votare per Sua Eccellenza, che almeno aveva dato prova d'essere liberale in Campidoglio, piuttosto che per quel clericalone del de Petriis, che non ha mai fatto altro che portare la mantellina dei fratelloni dell'Angelo Custode, impiastricciare i cocci, e imbrogliare i forestieri.
—Bravo Scortichino!—disse il Rosati con fare di protezione battendo sulla spalla al ricco oste.—E qui che notizie ci sono?—domandò a un uomo alto con una lunga barba e due occhi mansueti come quelli di un agnello.
—Qui, trattandosi di un principe ci pensano due volte,—disse il sor Domenico, uomo popolarissimo, che vantava ancora l'amicizia di Garibaldi, si ricordava del Vascello e parlava dell'eroe con le lagrime agli occhi.—Qui ci vorrebbe qualcosa per ismuover questa gente, qualche colpo che rendesse popolare il principe della Marsiliana.
—E quale, per esempio?—domandò il Rosati infilando il braccio in quello del sor Domenico e guidandolo in disparte.