—Allora venga a prendermi, passeremo dalla comunicazione interna, che c'è fra il palazzo e il teatro. Venga alle dieci.

Tutto questo fu detto in tono imperioso di comando, quasi ella volesse far capire al Rosati che si serviva di lui come ci si serve di un inferiore, di una persona che ha l'obbligo di ubbidire senza chiedere il perchè.

—Alle dieci verrò a prenderla,—rispose il Rosati sbalordito, inchinandosi.

—Buona sera,—dissegli la principessa e mentre sempre gli stendeva la mano, quella sera incrociò le braccia e chinò soltanto la testa per congedarlo.

—La principessa mi vuol far perdere il posto,—pensava Fabio turbato scendendo le scale.

Si trattava di cosa tanto delicata che egli non sapeva con chi sfogarsi, con chi consigliarsi. Capiva benissimo che egli in tutta quella faccenda non era che un istrumento di vendetta, ma se la principessa voleva compromettersi, perchè non sceglieva a complice uno dei suoi nobili parenti, un giovane del patriziato, perchè gettava gli occhi su di lui?

Gli venne il desiderio di darsi per malato, di scrivere scusandosi, ma come faceva a disertare il suo posto quella sera appunto in cui doveva tutto vedere, tutto osservare per iscrivere uno di quei racconti brillanti nei quali mancavano soltanto l'ortografia e la sintassi, che il Suardi aveva cura di aggiungervi prima di mandarli in tipografia?

Fabio era mezzo sbalordito da quel pensiero e tutti se ne accorsero quella sera alla Stampa. Il Suardi specialmente, che tanto volentieri non gli dava requie, lo burlava, assicurandolo che non aveva mai scritto con più spropositi. Il principe, giungendo, udì i motteggi cui era fatto segno Fabio, e squadrandolo gli disse in tono sarcastico:

—Caro Rosati, lei fa troppi mestieri a questo mondo; si contenti di fare il cronista della Stampa, e avrà la testa più a segno.

Quell'allusione che conteneva una tremenda offesa, annichilì Fabio. Egli non ebbe il coraggio di fiatare e uscì dalla stanza di redazione per andarsi a rifugiare nella sala, non ancora popolata come dopo l'uscita dai teatri.