—Me la dica subito,—insistè il principe senza turbarsi;—sono preparato a tutto.
—Senta, il sor Domenico, l'oste di Muzio Scevola, dice che se stasera non viene la principessa insieme con lei, i voti del Trastevere le saranno per la massima parte negati.
Il principe sorrise mettendosi il monocolo all'occhio sinistro, e guardò fisso il Rosati dicendo:
—È una condizione curiosa e non so se donna Camilla l'accetterà; tenterò. Ma l'ora è passata già,—aggiunse il principe guardando una piccola pendola di smalto posata sopra la scrivania;—lei vada a far pazientare chi mi aspetta, io cercherò d'indurre la principessa a venir meco.—E accompagnando il Rosati nella galleria, don Pio penetrò nel salottino di sua moglie, e appena passata la soglia di quella stanza sparì dal volto di lui tutta l'espressione di dolce bonarietà, che aveva durante la conversazione col Rosati.
La principessa nel vedere il marito si alzò e fece cenno a due monache di Santa Rufina, che erano sedute in faccia a lei, di lasciarla.
—Che cosa vuoi?—domandò la piccola signora al marito con voce leggermente nasale, andando verso lui dopo aver accompagnato all'uscio le suore.
—Sai che io voglio in ogni modo esser deputato e che sarebbe un'onta per me se col mio nome, col mio passato, con le mie aderenze e i miei mezzi non riuscissi a essere eletto!
—Non le capisco certe vanità,—diss'ella alzando gli occhi al cielo.—Quando uno si chiama Urbani non ha bisogno di tenere a un titolo che il popolo può conferirgli, e può anche ritorgli.
—I tempi sono cambiati, bisogna camminare con essi se non si vuol restare schiacciati e soffocati appunto da questo pondo grandissimo che il passato ci ha posto sulle spalle; bisogna far qualcosa noi pure per esser degni degli avi.
Il principe pronunziava queste parole con voce monotona, senza nessun sentimento, come una lezioncina imparata a mente. E infatti da quindici giorni la ripeteva di continuo a sè stesso per dirla in ogni occasione.