Ogni volta che la madre lo spingeva a scotere l'inerzia, a uscire, egli rispondeva:
—Sono tanto brutto,—e si tirava la coperta sulle gambe, il berrettino sugli occhi e si affondava nella poltrona.
Quando il cosidetto viceprincipe andava ad avvertirlo che scadevano delle forti cambiali alle Banche e che non c'era come far fronte agli interessi, il principe rispondeva:
—Creiamo altre cambiali,—e firmava, firmava strisce di carta bollata, come avrebbe firmato una lettera di nessun valore.
Pareva che dopo quella sera dell'incendio una molla si fosse spezzata in lui e ora era una cosa inerte, senza volontà e senza energia.
Il Rosati, Ubaldo, il Suardi, i suoi amici stessi evitavano di andarlo a visitare, perchè pareva che fosse noiato di vederli, e quell'uomo che per il passato non poteva stare un momento in casa, che in una giornata stancava due pariglie di cavalli, faceva cento cose diverse o si vedeva per tutto, ora non si moveva più di camera, e nelle lunghe serate invernali non aveva altra compagnia che quella della madre dormente, di donna Camilla, che lavorava in silenzio alle rozze coperte per i poveri, e dell'Onorati, che parlava per isfogare la sua loquacità, ma non perchè don Pio lo incoraggiasse, prestandogli attenzione o rivolgendogli domande.
Il palazzo Urbani era divenuto muto; nessuna carrozza entrava più rumorosamente nel cortile, la duchessa non riceveva più la sera, donna Camilla aveva sospesi i suoi giovedì, i servitori stanchi dell'inerzia dormivano tutto il giorno nell'anticamera. Don Pio era più stanco, più noiato di tutti per quella inerzia del corpo e della mente, ma non osava scoterla, tanto ogni movimento gli riusciva increscioso, tanto ogni desiderio, ogni speranza gli era morta nel cuore dopo che Maria non gli aveva inviato quel perdono che egli le aveva chiesto con un ardore, con una umiltà di cui non si credeva capace. Ora che gli rimaneva più dopo che quella consolazione gli era stata negata?
Noiato di una vita male spesa, disprezzando quel nome, quella posizione e quelle ricchezze che non gli avevano saputo cattivare un cuore di donna, don Pio provava il distacco da tutto, e se vi era una speranza che gli desse la calma momentanea, la pazienza per trascinare quel martirio, era lo stato della sua salute, consunta da un male di cui il professor Bonelli, il medico più celebre di Roma, non poteva dirgli in che consistesse, come si potesse sollevare. Don Pio sentiva ogni giorno più scemare le forze e guardava con compiacenza le mani scarne, che avevano preso il colore dagli antichi avori, guardava il suo volto emaciato, gli occhi infossati, i capelli incanutiti, e quella rovina di tutto l'essere suo gli diceva che la fine non poteva esser lontana, quella fine che gli prometteva, a lui cinico, a lui che non aveva mai guardato al di là dell'esistenza terrena, non una vita di beatitudine, ma un riposo eterno, l'oblio di tutto, il silenzio, l'annientamento. Quest'unica speranza, che sorgeva, fiore solitario e rigoglioso sopra un campo sacrato alla morte, lo attraeva irresistibilmente, gli faceva provare una specie di voluttà nel vedere spezzate tutte le gomene, rimossi tutti i puntelli che lo tenevano inchiodato alla vita. Non vedeva il momento che l'ultima gomena fosse infranta, che l'ultimo puntello cadesse, affinchè la nave della sua esistenza scendesse nel mare profondo del nulla e prontamente vi si sommergesse. Per questo non si turbò, non alzò neppur la testa quando un giorno l'intendente gli disse che mancavano i capitali per continuare le costruzioni a Porta Portese.
—Vendete dei terreni,—disse il principe.
—Non si trovano compratori.