L'intendente non fiato più, non interrogò più don Pio su nulla. Faceva o disfaceva di propria iniziativa, e soltanto allorchè doveva far fronte a impegni, diminuire cambiali, pagare interessi e non poteva farlo da sè, presentava nuove cambiali al principe, il quale firmava senza leggere, senza dir parola.

La duchessa, vedendo il figlio ingolfarsi nei debiti, vedendolo camminare a occhi chiusi verso la rovina, gli dava dei consigli, lo esortava a partire per un lungo viaggio e a lasciare a lei la cura di strigare quella intricatissima matassa. Lo assicurava che ella ne avrebbe trovato il bandolo e che sarebbe stata tranquilla, purchè si fosse riavuto di spirito.

—Nel vederti così abbattuto, io non ho più forza, più energia; sento tutto il peso degli anni.—dicevagli la madre con quella tenerezza, che non aveva nel cuore altro che per lui.

—Sono finito,—rispondeva egli scrollando mestamente il capo.

—Ma non rifletti, Pio, che questa rovina ti espone allo scherno della moltitudine, che in questa rovina tu coinvolgi tutta la gente che ci sta d'intorno, che questa rovina sarà per tanti e tanti una catastrofe?

—Sono finito,—rispondeva il principe socchiudendo gli occhi per non essere noiato da consigli e da esortazioni che non voleva ascoltare.

In mezzo a quell'abbandono completo di tutto, in quel distacco totale dalla vita, una cosa ancora restava nel cuore di don Pio: il ricordo della donna buona, della donna bella, della donna onesta che egli aveva offesa col suo amore. Ella sola avrebbe potuto rianimare quel corpo affranto, quello spirito anelante l'eterno, il completo riposo, ma Maria non voleva; Maria desiderava di dimenticare l'offesa, e per giungere a quest'oblio non poteva rivedere il principe, altro che dopo mesi, anni, quando appunto la mano del tempo avesse con la sua azione lenta, ma continua, attenuata l'amarezza dell'offesa.

Appena rimessa in salute ella partì per Venezia con l'intenzione di rimanere alcuni mesi in quella città silenziosa, sperando di ritrovarvi la pace e la salute. Ubaldo, che l'aveva accompagnata in famiglia, tornò a Roma ed ebbe dal redattore di un altro giornale la proposta d'inviarlo in Africa dove il governo iniziava delle operazioni militari. Era una occasione per sorvegliare ogni mossa del comandante militare di Massaua, e per combattere violentemente il governo sopra un terreno favorevole, perchè il paese vedeva di mal occhio le spese che si facevano per quelle conquiste, che non offrivano altro che lontane e incerte speranze di guadagno.

L'invio del corrispondente in Africa era una risoluzione troppo importante perchè Ubaldo potesse prenderla, senza prima domandare il parere al principe, e per questo andò a trovarlo.

Ubaldo nel parlare dello scopo della sua visita, disse incidentalmente che sua moglie era partita, era andata a Venezia. Questa notizia bastò a scotere don Pio, a fargli battere il cuore, a mettere un lampo di vita negli occhi spenti. Egli approvò l'invio in Africa del corrispondente e riprese a parlare, mostrò interesse per il giornale, per indurre Ubaldo a trattenersi sperando che riportasse il discorso sull'assente. E ottenne quello che voleva: Ubaldo gli narrò tutte le fasi della malattia di Maria, e sciolse anche questa volta un inno di lode alla sua dolce, alla sua buona e affettuosa compagna. In quel carattere basso l'ammirazione si estrinsecava in una maniera poco elevata; Ubaldo poneva nell'esaltare Maria la vanità del possessore, del proprietario di un oggetto raro, di un cavallo di prezzo, ma don Pio non ne era offeso; bastava che sentisse parlare di lei, che ne udisse pronunziare il nome per provare l'unica consolazione di cui fosse avido il suo cuore.