Questa proposizione stravagante fa montar la mosca al naso al Travet.
— Oh sì.... Anzi un funzionario traslocato non condurrà seco la prole.
— E allora bisogna sorvegliarla, — replica il giovinotto guardando con stizza i suoi calzoni caffè e latte che presentano l'aspetto di una carta geografica.
Questo era il punto vulnerabile, e l'impiegato slancia un'occhiata fulminea alla sua metà che stava catechizzando il fanciullo e brontolava quasi parlando a sè stessa. — Sorvegliare.... sorvegliare.... Son cose presto dette... Un folletto di tre anni.... Vorrei che il signore fosse al mio posto.
— Sicchè, a sentir la signora, dovrei ringraziare... chieder scusa io.
E giù un'altra occhiata alle gambe.
— Non dico questo; anzi scusi, ma santo Iddio, senza un po' di pazienza a questo mondo.... Ce ne abbiamo tanta noi impiegati.... E poi, stia certo, non lascia macchia....
Il battibecco minaccia di non finir più quando il fischio della locomotiva annunzia l'avvicinarsi di un'altra stazione. Era quella a cui dovevo scender io e per buona ventura della famiglia del Travet anche il giovinotto, vittima del fatale accidente.
— Corpo di Satanasso! — esclama costui levandosi in piedi e guardando sempre quei benedetti calzoni. — Come si fa adesso?
— Perdoni, non ha un plaid? — dico io intervenendo nella questione.