La cameriera, nell'intento lodevolissimo d'esaminare de visu la posizione, aveva salito i pochi gradini della scala che metteva all'appartamento della padrona vecchia e stava già per entrar nella camera ov'era successo il contrasto fra nonna e nipote, quando sentì chiuder l'uscio con molta violenza e dare il chiavistello per di dentro.
— Che basilisco! — ella mormorò fra i denti battendo la ritirata.
— Benedetta donna! — soggiunse la signora Virginia.
— Già, già, bisogna lasciarla sbollire da sè, — disse il signor Pacifico. — Ma badiamo bene che anche Gino va castigato.
— Lo castigo io, — rispose con una certa ansietà la signora Virginia mentre faceva riparo al colpevole con la sua persona.
— Siamo intesi, — replicò gravemente il marito. — Ehi, signorini, che c'è da ridere? Subito in camera fin che suoni il campanello del pranzo. Hanno capito? Ha capito, Giorgio? Ha capito, Roberto?
Queste parole erano indirizzate ai due ragazzi poc'anzi accennati, figli del primo letto del signor Pacifico. Essi si avviarono lentamente alla loro stanza canterellando: — Torototela torototà.
— Mal educati! — brontolò, il signor Pacifico, senza badare che questo rimprovero veniva a ricadere sopra di lui. — Mal educati! — E rientrò nel suo studio.
Gino fu condotto via da sua madre che gli asciugò le lacrime. — Cattivello che sei, perchè sei andato a disturbare la nonna?... Adesso venga qui ad aspettare il castigo.
Il bimbo guardò la genitrice con aria d'incredulità, e in prova del suo ravvedimento, appena giunto nel salotto da lavoro, rovesciò il paniere ove la signora Virginia teneva le sue lane da ricamo.