E suo padre, buon uomo, obeso e torpido, ma non mancante di boria, soggiungeva con una logica tutta sua: — Gli studi regolari convengono a chi non può o non vuole mantenersi indipendente. Mario, grazie al cielo, non avrà mai bisogno di lavorar per guadagno.

Mario aveva vent'anni quando padre e madre gli morirono coll'intervallo di pochi mesi, e il giovinetto venne a scoprire che la sua fortuna, la quale non era stata mai colossale, era sfumata quasi per intero.

Ma non c'era punto da sgomentarsi, pur di avere un po' di criterio e un po' d'energia. Bisognava uscire da una società frivola e spensierata, mettersi a studiare sul serio una cosa o l'altra e poi cercarsi una professione. A venti anni un uomo senza obblighi di famiglia e non privo di abilità non ha bisogno di quattrini per farsi strada nel mondo.

Però il Rinalducci tenne un diverso cammino. E la colpa ne fu in parte sua, in parte degli amici. Egli aveva una ripulsione istintiva ad accettare una posizione dipendente, a seppellirsi in un ufficio pubblico o privato, a disciplinare la propria attività. A ogni modo, se avesse sentito suonarsi all'orecchio un suggerimento virile, forse si sarebbe risolto a lottare con sè stesso, e quando v'è lotta v'è almeno la speranza della vittoria.... Ma fra coloro che lo circondavano non ve n'era nessuno capace di questo suggerimento virile.

Era tutta gente imbevuta di pregiudizi e la cui affezione per esso era d'indole soltanto egoistica. Un giovine che aveva un bel nome non poteva mettersi a livello d'un impiegatuccio qualunque, figlio del primo mascalzone venuto. E poi, e poi lasciar che Mario uscisse da una società di cui egli era uno fra i principali ornamenti! Chi poteva stargli a petto nel dirigere una quadriglia? Chi sapeva come lui suonare una polka in una di quelle festine improvvisate che divertono tanto? Chi lo uguagliava nel dare le disposizioni per una cena, per una partita di piacere? No, non conveniva assolutamente perderlo. E tutti a fargli ressa d'intorno e a rispondere alle sue lamentazioni, alle sue proteste di voler mutare ambiente, mutar città forse: — Ma via, ti pare?.... Nemmen per idea... in primo luogo povero affatto non sei (gli era rimasto qualche migliaio di lire) non sei in condizioni da doverti cercare un pane da oggi a dimani.... Puoi aspettare, puoi vedere.... Aggiungi che hai anima di gentiluomo e d'artista, vorresti spendere il tuo tempo a registrare atti a protocollo o a scrivere lettere commerciali?... Con tanti amici che hai, col tuo ingegno!... Vergognati! Invece senza fretta tu farai un quadro, scriverai un opera e allora avrai le ricchezze e la gloria....

Nessun consiglio ci viene tanto accetto quanto quello che risponda alle nostre idee, e perciò il contino Rinalducci accolse le espressioni dei suoi amici con trasporti di vero entusiasmo. Egli era commosso fino alle lagrime della bontà che gli mostravano le prime famiglie del paese, della cura con cui esse volevano tutelare il suo decoro. Era impossibile ch'egli agisse contro la loro opinione, ch'egli si mostrasse meno tenero del proprio nome di quel che se ne mostrassero personaggi così illustri quali erano la marchesa C..., la contessa M..., la principessa L..., i conti R..., il contino A..., per non parlare di uno sciame di ragazze tutte deliberate a trattarlo come disertore s'egli abbandonava la buona società.

A ricambiare tanta benevolenza, egli, passati i primi tre mesi di lutto, continuò a dirigere le quadriglie, a dar le disposizioni per le gite di piacere, ad accompagnare alla passeggiata le signore di sua confidenza.... Diede fondo in brevissimo tempo al poco che gli rimaneva, senza che i suoi studi avessero fatto un passo decisivo. Egli cominciò a scoprire che aveva il genio, ma che il suo spirito si ribellava alla tecnica dell'arte, si ribellava al giogo delle regole. Se si fosse potuto fare un quadro senza disegno nè colore, egli avrebbe fatto la Trasfigurazione di Raffaello, se si fosse potuto scrivere un'opera senza le pedanterie del contrappunto, egli avrebbe scritto gli Ugonotti. Malgrado di ciò egli continuava ad esser favorito, festeggiato, carezzato. E quando fu proprio al verde di quattrini, si accorse che non era difficile il far debiti, nè impossibile il trovare nei momenti supremi chi li pagasse. Più di qualche volta l'uno o l'altro de' suoi intimi aveva consentito ad anticipargli alcune migliaia di lire, tanto ch'egli potesse mantenersi in quella posizione indipendente di cui aveva bisogno.... Se Mario non era ben vestito, non lo si poteva ricevere in società, e come fare a meno di lui in società, se nessuno possedeva le sue svariate attitudini?...

Il Rinalducci era in relazione troppo stretta con quelli che lo sovvenivano per sentirsi umiliato dalla loro condiscendenza. — Son cose che si fanno tra amici — egli diceva, e dispostissimo a fare anch'egli altrettanto, si sentiva esonerato dagli obblighi della gratitudine e da quelli del rimborso.

Certo qualche volta gl'imbarazzi eran seri, ma il contino non si perdeva d'animo. A un vilissimo padrone di casa che si era permesso di dargli lo sfratto perchè egli non aveva pagato per tutto un anno la pigione, il nostro eroe rispose per le rime meravigliandosi della sua petulanza e dichiarando ch'egli non era solito a ricevere intimazioni. L'altro non si diede per vinto e replicò con frasi di non dubbio significato. Punto nel vivo, il pigionale ricalcitrante mandò dal proprietario tiranno due giovanotti, intimi suoi, il conte C... e il barone V..., coll'incarico di ottenere una ritrattazione o di fissare le condizioni di una partita d'onore. Ma lo sfidato, quantunque fosse uomo di fresca età e di membra vigorose, ricusò di accomodar la faccenda in questa maniera e rise in faccia ai padrini, i quali, con molta solennità, stesero immediatamente un processo verbale, che diedero alla luce, lasciando giudice dell'accaduto il solito pubblico. E il pubblico, della buona società, sentenziò che il conte Rinalducci e i suoi padrini si erano condotti cavallerescamente, e che il proprietario era un bifolco senza principii di educazione. Ciò non tolse che il nostro zerbinotto dovesse cercarsi un'altro alloggio. E lo trovò per qualche tempo in due stanze d'un palazzo disabitato appartenente a un amico, al quale egli si guardò bene dal pagare alcun fitto, dolendosi soltanto della nessuna comodità del quartiere assegnatogli, quartiere, com'egli diceva, più da servitori che da gentiluomini. — Come pretendere, egli soggiungeva, che io dipinga o scriva musica se ho uno studio privo d'aria e di luce? Vergogna! Che cosa sarebbe costato all'amico X il darmi una stanza migliore?

Nondimeno il Rinalducci volle rispondere con magnanimità a tanta grettezza, e dipinse a memoria il ritratto del suo ospite, per fargliene una sorpresa nel suo dì natalizio. Il ritratto somigliava all'amico X quanto può somigliare la signora... (quasi mi scappava il nome) alla più bella delle mie lettrici, ma esso parve all'autore un'opera d'arte così perfetta da non potersi pagare nè con l'abbuono di cento pigioni, nè con l'invito a diecimila pranzi. Volle sceglierne egli medesimo la cornice e collocarlo di sua mano nel posto d'onore sulla parete del salotto dai ricevimento. Più di qualcheduno, non iniziato nei misteri del pittore, domandò chi fosse quel brutto ceffo che aveva la bocca storta e guardava losco. E allora il felice proprietario rispondeva in fretta con qualche impiccio: — Una testa di fantasia! Una testa di fantasia!